Dipinti

MADONNA IN GLORIA VENERATA DA SANT’ANNA, SAN  FRANCESCO E DUE ANZIANI DEVOTI

Olio su tela, 160×130 cm.

La “Madonna in gloria venerata da Sant’Anna, San  Francesco e due anziani devoti” è uno dei bellissimi dipinti di Carlo Ceresa conservati nella nostra Chiesa parrocchiale.  Si tratta di un olio su tela, databile intorno al 1645, collocato sopra la porta laterale sinistra, raffigurante una sacra scena immersa in un lievitare di manti e di nubi, ricolma di fervore mistico e di gioia.

L’opera proviene dalla Chiesa della frazione Portiera, dedicata a San Francesco d’Assisi, nella quale costituiva la pala d’altare. La tela è stata spostata nella parrocchiale nel 1932.

Lo stemma collocato in basso al centro della tela, fa presupporre che i committenti della stessa siano i devoti coniugi Zupponi di Camerata Cornello e forse il marito è lo stesso Gian Lione Zuppone che nel 1635 fu nominato dal Doge “curriero maggiore e deputato al governo delle Poste”.

Il volto disteso e sorridente della moglie è rivolto al marito, anche lui devoto, ma al contempo interessato alla vita terrena.

Il quadro è stato restaurato nel 2001 da Delfina Sesti  di Bergamo con il patrocinio della Parrocchia di San Pietro e promosso dagli alunni della Scuola Media di San Giovanni Bianco per onorare il pittore sangiovannese a cui è dedicata la loro Scuola.

 

PIETA’  (1505-1510 ca.)

Olio su tavola, 115×86 cm.

Questa tavola è nota fin da tempi antichi. San Carlo Borromeo, in occasione della sua visita pastorale del 1575, la definì “molto bella” e nel 1820 venne ricordata da Maironi da Ponte che ne descrisse la collocazione nella nostra Chiesa parrocchiale. Non si conoscono i committenti di tale opera, ma probabilmente si tratta di emigrati a Venezia che desiderarono offrire un dono alla parrocchia d’origine, gesto consueto a quel tempo. È sempre stato difficile stabilire l’autore di questa tavola. Nel 1899 il Venturi la attribuì a Bartolomeo Veneto, a causa della netta somiglianza del paesaggio di fondo ad un’altra opera dello stesso Veneto, la Madonna col Bambino dell’Accademia Carrara di Bergamo (datata 1505).  Dopo uno studio nel 1919 di Nello Tarchiani (ispettore delle Gallerie fiorentine, che ebbe il compito di restituire alla Lombardia le opere salvatesi dalla Prima Guerra Mondiale), nel 1931 Pinetti decifrò la prima parte della firma nel cartellino come “ANTONELLUS R…”.            Questa scoperta escluse definitivamente Bartolomeo Veneto dalla cerchia dei possibili autori, ma aprì la strada ad altre supposizioni e dubbi. Infatti gli Antonelli, veneziani o veneti, della fine del XV° secolo sono molti; inoltre venne escluso a priori il famoso Antonello da Messina. Nel 1975 la Chiappini, analizzando una foto all’infrarosso, dichiarò che la scritta in questione risulta alterata e che le sole lettere autentiche sono le prime: “AN…”. Ciò, unito alla chiara presenza di elementi belliniani e di Cima da Conegliano nel dipinto, ha fatto posare l’attenzione su Andrea Busati, allievo di Giovanni Bellini, nelle cui opere si ripetono alcuni elementi paesaggistici correlati a tele del Bellini (Resurrezione, 1478 circa e Paesaggio con le tre Marie) e riscontrabili nell’opera in questione.

Il disegno delle figure della nostra Pietà ed i colori usati nella veste della Madonna sono molto vicini a quelli della Pietà del Bellini all’Accademia di Venezia. Tuttavia lo stile delle figure si avvicina di più a quello di Cima da Conegliano, come nelle opere di quest’ultimo: Compianto dell’Accademia di Venezia, 1490 circa o quello della Galleria Estense di Modena, 1495 circa. Questo mix di elementi riconducibili a Bellini ed a Cima da Conegliano spingono perciò all’attribuzione dell’opera in analisi ad Andrea Busati. Tuttavia, se il cartellino fosse stato aggiunto a posteriori, l’autore potrebbe essere plausibilmente lo stesso Cima da Conegliano. In questo caso, il cartellino potrebbe essere stato posto da chi voleva far credere il dipinto come frutto della mano del grande pittore messinese.

Da Sereno Locatelli Milesi: “Il dipinto sa rendere, non senza efficacia, il cupo e disperato dolore della madre piangente sul corpo del Figlio morto, mentre al tragico gruppo contrasta la festività del paese col monte turrito sparso di macchiette”.

Attualmente il quadro è collocato nella nicchia dell’altare dell’Addolorata (il primo a destra per chi entra dalla porta principale), altare sistemato nel 1926 da don Mosca.

 

DEPOSIZIONE

Olio su tela 120×160 cm.

Il quadro della “Deposizione”, collocato nel matroneo sovrastante l’ingresso al campanile e alla Chiesina di Lourdes, è stato donato alla Chiesa parrocchiale di San  Pietro d’Orzio dalla vedova del generale di Marina  Samuele Angeloni.

Il generale trascorreva ogni anno le ferie estive con la famiglia nella frazione Capretta di San Giovanni Bianco, il che gli permetteva di mantenere uno stretto legame con la sua Parrocchia di origine, San Pietro d’Orzio. Il generale e la sua famiglia erano convinti che il quadro della “Deposizione”, donato alla Chiesa di San Pietro, fosse opera del Caravaggio.

Don Francesco Astori, parroco dal 1947 al 1963, in occasione di una mostra sul Caravaggio tenuta a Milano nel 1951, richiese una valutazione del dipinto per verificarne l’autenticità. Il quadro fu inviato a Milano e analizzato da un gruppo di esperti, i quali rilasciarono un documento scritto nel quale si afferma che il dipinto “Deposizione” non è opera autentica del Caravaggio, tuttavia viene riconosciuto che è opera pregiata di buon allievo del Caravaggio.

L’opera viene attribuita al pittore Barbelli Giovanni Giacomo (1604-1656)

Questa “Deposizione” raffigura il Cristo deposto dalla croce, il cui corpo spoglio e dolorante viene sorretto amorevolmente dalla Madonna; al fianco della madre c’è la figura della Maddalena nell’atto di sorreggere la mano trafitta dal chiodo della croce.  Lo sfondo di colore scuro dà risalto ai personaggi. La luce, che illumina il dipinto,  si irradia dal centro,  dal corpo del Cristo morto.

 

SACRA FAMIGLIA CON S. GIOVANNINO E QUATTRO SANTI

Olio su tela, 207×131 cm.

Firmato e datato: Carlo Ceresa – 1631

Carlo Ceresa firmò questa tela al termine di un periodo difficile, durante il quale la popolazione bergamasca – e non solo – venne decimata da una terribile epidemia di peste.

Vediamo raffigurati il patrono di Bergamo  Sant’Alessandro, il taumaturgo San Nicola da Tolentino ed i due santi che resistettero al martirio delle piaghe, Rocco e Sebastiano, raccolti attorno alla Sacra Famiglia.

Ritroviamo gli stessi personaggi in altre tele, dalle quali Ceresa, ventiduenne, impara e sviluppa personalmente il modo di dipingere o di sottolineare diversi particolari. Volta per volta, l’autore scarta ciò che non lo soddisfa, ed allo stesso tempo riutilizza e migliora quello che invece lo contenta.

Vediamo un San Sebastiano (presente anche nella pala di Fondra e nella Visitazione di San Gallo) meno muscoloso e con un viso più scarno. Il San Nicola da Tolentino, la cui fisionomia ricorda quella vista nel San Bernardino inciso da Cherubino Alberti all’Accademia Carrara, ricorrerà anche nel quadro di Sant’Antonio Abbandonato. Sant’Alessandro viene raffigurato vittoriosamente: Ceresa si sofferma sui particolari della corazza, dell’elmo piumato e dell’elsa della spada. Infine, il viso sciupato e scarno di San Rocco testimonia gli anni di fame e di morte appena conclusi. Il suo modo di inginocchiarsi vuole sottolineare la riconoscenza per lo scampato pericolo.  I Santi sono stati sistemati simmetricamente per incorniciare la Sacra Famiglia.

San Giuseppe viene rappresentato col solito naso bergamasco, quasi un simbolo di riconoscimento del Ceresa e la Vergine ha un viso così dolce e luminoso da ricordare i volti del Lotto. Il centro della scena è lasciato alla luminosità di Gesù Bambino e del San Giovannino. Infine, la piccola pecora ed il cane di San Rocco, vengono dipinti in modo volutamente astratto, per purificare l’animalesca realtà.

La firma datata viene letta a fatica fra le gambe di San Rocco; invece è chiaramente leggibile, sopra il mascherone dorato, l’invito a: “RECORDARE TUI ROCHE / SEBASTIANI / SEMPER”.

La tela è stata restaurata nel 2010 da Antonio Zaccaria con il patrocinio della Parrocchia e promosso da un gruppo di sostenitori per celebrare il IV centenario della nascita di Carlo Ceresa, ricordando lo scomparso sacrista Aldo Bonzi.

SAN ROCCO INVOCA LA SACRA FAMIGLIA

Olio su tela 188×144 cm.

Data: 1643

Quest’opera del Ceresa è stata collocata nell’abside della Chiesa parrocchiale dopo il restauro. Proviene dalla Chiesetta della frazione Bosco, dedicata a San Rocco, nella quale costituiva la pala d’altare.

Per dare importanza al Santo titolare, senza rinunciare alla presenza di Gesù, la composizione è stata realizzata su due piani: l’uno celeste e l’altro terrestre.

La testa di San Rocco, dai biondi riccioli, è sottolineata da un candido colletto e da una mantelletta nera; la sua figura è circondata da un panneggio color albicocca che lo collega a San Sebastiano e a San Carlo Borromeo, il quale, in mantelletta rosa-violacea, posa la mano sul cuore.

Dietro i tre Santi si schierano quattro frati: si può riconoscere San Francesco d’Assisi che prega intrecciando le dita; accanto a lui vi è San Nicola da Tolentino, col sole raggiante sul petto e il giglio. All’estrema sinistra, appoggiato a un bastone con una campanella è posto S. Antonio abate, a cui vengono volte le spalle, per adorare il Bambino Gesù, da un frate che dovrebbe essere S. Antonio da Padova, ma si ha l’impressione che barba e capelli siano stati rifatti.

La parte alta del dipinto rappresenta i Santi seduti sulle nuvole e la Sacra Famiglia.  Sotto il braccino di Gesù si affaccia San Giovannino con la canna e il cartiglio. Vi sono molte uniformità di colori: l’abito lilla e giallo di San Giuseppe, che adora il figlio dello Spirito Santo, si armonizza con i colori del cielo irraggiato dalla Colomba, così come il manto cinerino che copre la veste rosea di Maria si fonde con le nuvole ed ancora continua con l’abito celeste ed albicocca e le chiavi d’argento di San Pietro.  Per contrasto Santa Lucia, che mostra gli occhi infilzati su uno spiedo alle spalle della Madonna e Santa Apollonia, seduta dietro a San Giuseppe, vestono in rosso chiaro e rosso alternato a bianco.

Infine a destra vi è San Luca, avvolto in un manto fra il rosso e il rosa e in un’ampia tunica fra il paglierino ed il verde; l’evangelista, che si volge allo spettatore indicandogli il Bambino Gesù, rispetto agli altri personaggi celesti appare su scala maggiore, quasi fosse più vicino alla terra. Si suppone che il Ceresa abbia voluto raffigurare Luca (magari ritraendosi in lui) proprio mentre dipinge il ritratto della Madonna, come vuole la tradizione. In questo caso Maria potrebbe davvero essere Caterina, l’amata sposa del pittore.

Il quadro, restaurato negli anni Ottanta dal consorzio restauratori dell’Accademia Carrara, esposto nella mostra delle opere di Carlo Ceresa allestita a palazzo Moroni nel 1983, reca sul retro la data “1643”, il periodo migliore del pittore sangiovannese.

 

MARTIRIO DI SAN PIETRO

Dipinto su tela  226×160 cm.

E’ la Pala dell’altare maggiore. Il dipinto, del secolo XVII, opera di ignoto pittore veneto, rappresenta il martirio di San Pietro.  La scena è dinamica, dominata dalla presenza di soldati e di cavalli.

Nel 2009 il quadro è stato ripristinato nella parte cromatica e nel tessuto della tela, molto danneggiati dal tempo e dalla umidità, dalla restauratrice  Delfina Sesti,  con il patrocinio della Provincia di Bergamo.

VISIONE DI SAN FILIPPO NERI

Olio su tela (metà 1600 circa)

Dipinto su tela attribuito a Caterina Zignoni, moglie di Carlo Ceresa rappresentante San Filippo Neri  in estasi all’apparizione della Madonna con Gesù benedicente.

La tela in grave stato di conservazione necessita di un intervento di restauro.

Si organizzerà una raccolta fondi per effettuare l’intervento conservativo.

L’opera è temporaneamente esposta nella chiesa parrocchiale.

 

AFFRESCHI NELLA CHIESA DI SAN FRANCESCO D’ASSISI  (PORTIERA)

Affresco che copre completamente la parete “post altarem” della chiesa.

Data: prima metà del 1500

L’opera è attribuibile a Simone II Baschenis di Averara, considerato il pittore più qualificato di tutta la dinastia tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo.    Al centro dell’affresco, all’interno di un ricco portale con trabeazione, sono rappresentati San Francesco d’Assisi e Sant’Elisabetta in preghiera verso la Madonna della Mercede in trono.  San Francesco ha fra le mani il vangelo e una croce senza il Cristo (soltanto con dei chiodi) a testimonianza della sua resurrezione. Sant’Elisabetta è rappresentata nella sua anzianità. Le due figure sono i patroni della frazione. Ai lati, su due podi marmorei, San Pietro e San Rocco. Il primo con le chiavi e il vangelo, il San Rocco ha ai suoi piedi il cane con il pane, un classico della sua iconografia.  L’intero dipinto è ricchissimo nella sua decorazione. Si ipotizza che le figure umane siano state effettuate dallo stesso Simone II mentre la parti decorative da suoi collaboratori. La parte sommitale del dipinto (timpano con la colomba dello Spirito Santo) è di epoca successiva al restante affresco. E’ un’aggiunta effettuata quando si trasformò la copertura della chiesa a due falde andando a coprire parte dell’affresco cinquecentesco (più precisamente sopra la testa di S. Pietro e S. Rocco) come dimostrano saggi oltre le coperture effettuati durante gli ultimi restauri. Il prezioso dipinto fu scoperto nel 1932 mentre si stavano compiendo dei lavori per la costruzione di un altare di marmo per la statua di San Francesco. Precedentemente l’affresco era ricoperto da uno strato di intonaco posizionato nel ‘600 all’epoca della peste. Fino a quella data sulla parete era posta una pala d’altare del Ceresa ora nella Parrocchiale (Madonna in gloria venerata da Sant’Anna, San Francesco e due anziani devoti).